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“Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene.” (Alessandro Magno)
Diogene di Sinope (412 a.C – 323 a.C.)
Diogene Laerzio nel suo monumentale Vite e dottrine dei più celebri filosofi ci ha lasciato testimonianza di uno degli insegnamenti più profondi di Diogene di Sinope, fondatore della scuola cinica, sulle virtù del corpo e della mente.
Diceva che l’esercizio è di due tipi: l’uno dell’anima, l’altro del corpo. L’esercizio del corpo è quello mediante il quale, praticato in modo continuo, nascono pensieri che rendono facile il raggiungimento della virtù. D’altra parte, un tipo di esercizio è incompleto senza 1’altro, poiché le buone condizioni e il vigore fanno parte dei requisiti opportuni tanto per l’anima quanto per il corpo. E in aggiunta adduceva anche prove del fatto che si perviene facilmente alla virtù grazie all’esercizio fisico. Notava, infatti, che anche nelle arti manuali e nelle altre gli artisti si procurano una abilità non indifferente grazie all’applicazione, che i suonatori di flauto e gli atleti eccellono grazie al continuo sforzo nella propria attività, e che costoro, se avessero trasferito l’esercizio anche all’anima, non si affannerebbero invano, senza frutto. Soleva dire inoltre che senza esercizio proprio nulla nella vita va come deve andare, e che tale esercizio è in grado di avere ragione di tutto. Bisogna dunque scegliere, anziché le fatiche inutili, quelle secondo natura, per poter vivere felici, mentre a causa della stoltezza la gente è infelice. Infatti, il disprezzo stesso del piacere è gradevolissimo, una volta che ci si sia abituati. E come quelli che sono abituati a vivere nel piacere, passano con dispiacere allo stato contrario, così quanti si sono esercitati nello stato contrario, con maggior piacere disprezzano i piaceri stessi. Di questo tenore erano i suoi discorsi. E risultava chiaro che li metteva anche in pratica.
Trascorse a Corinto il resto della vita, insegnando e praticando l’autocontrollo. Il suo esempio è ancora oggi fonte di imbarazzo per quei cinici che predicano la virtù, razzolano il vizio, tacciano i morali di moralismo e per la loro immoralità sono giudicati virtuosi dai rispettabili concittadini.
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