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Un ricordo personale del grande scienziato e umanista. Sulla sua visione del mondo.

Prima di leggere La vita meravigliosa di Stephen Jay Gould avevo paura della realtà. Mi stavo allontanando da una visione idealistica e finalistica del mondo – che mi aveva accompagnato, dopo una breve crisi d’identità, per tutti i miei vent’anni – e ne stavo scoprendo la complessità e l’incertezza. Abbandonare l’idea di un destino “preciso”, di un universo “necessario”, carico di “urgenze”, decaduto nel “disincanto” della “tecnica” e in cerca del “ritorno” all’originaria “autenticità”, e iniziare ad abbracciare una visione che contemplasse non solo l’idea, ma l’irruzione della casualità, dell’imprevedibilità, della contingenza, mi faceva tremare, fisicamente. Di fronte a cambiamenti di così devastante portata, addirittura misurati su scala evolutiva, l’uomo si rimpiccioliva fino a diventare, ai miei occhi, un esserino minuscolo, come quegli scienziati dei vecchi film di fantascienza che sperimentano su se stessi un nuovo raggio laser e si ritrovano miniaturizzati e inseguiti dal gatto di casa. Se non abbiamo alcuna certezza, che senso ha la vita? Ecco quali erano i miei problemi, invece di pensare a spassarmela! Poi arrivai a pagina 300 de La vita meravigliosa, e lessi: “Io temo che l’Homo sapiens sia una ‘cosa tanto piccola’ in un vasto universo, un evento evolutivo estremamente improbabile nell’ambito della contingenza. Il lettore può prendere questa conclusione come gli pare. Alcuni troveranno questa prospettiva deprimente; io l’ho sempre considerata esaltante: una fonte insieme di libertà e di conseguente responsabilità morale”. Che parole incredibili! Nessun paternalismo, nessuna consolazione, nessuna attribuzione di superiorità alle proprie parole, e nonostante la dimostrazione della marginalità umana, le più belle parole che si possano pronunciare, ancora più belle di “amore” e “dormire”: “responsabilità” e “morale”. Cominciai ad apprezzare la mia piccolezza, la mia debolezza, l’indifferenza dell’accadere, cominciai a scoprirmi spettatore parziale di un mondo enigmatico ma, proprio per questo, ancora più “esaltante”. E grazie a questo cambiamento comincio solo ora a capire, molto lentamente, il significato della parola “compassione”. Non so se la strada che ho imboccato mi porterà da qualche parte, ma senza Stephen Gould non l’avrei trovata. E anche ora, a quasi sette anni dalla sua scomparsa, questa cosa tanto piccola che è il sottoscritto desidera mandargli ancora un saluto.
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