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Nei luoghi della terra, nella natura selvatica, nelle radici che legano la nostra esistenza al Grande Flusso della natura, nasce la nostra realizzazione, la nostra identità umana.

La dolce e viva voce di Gary Snyder, poeta e filosofo americano, canta il flusso della vita e della natura, l’energia della wilderness, esalta il lato selvatico della nostra natura e vede nell’urbanizzazione e nella fanatica modernizzazione la ragione dello sradicamento e della solitudine dell’uomo contemporaneo. Bioregionalista ed ecologista del profondo, alla filosofia e letteratura Snyder unisce il suo esemplare stile di vita, che può riassumersi in una frase: “La vita dell’uomo dipende totalmente dalla rete di sistemi selvatici che si compenetrano”.
La vera natura Gary Snyder ha fatto della sua pratica di vita e della sua poesia un affilato e informato strumento per scardinare i confini imposti che ci separano dalla vera natura – natura selvatica – dentro e fuori di noi, dando voce anche alla terra, ai fiumi, alle montagne e a tutti coloro che non hanno parole per farsi ascoltare, ricreando così una nuova e allo stesso tempo antica definizione di cultura in grado di armonizzare l’esigenza di una giusta società con le esigenze della Terra. È lo stesso Snyder a spiegare il profondo rapporto che lega l’uomo alla natura, alla sinfonia delle sue voci, dei suoi profumi, eventi magici che continuiamo a perdere, che dimentichiamo, e dimenticandoli perdiamo anche noi stessi.
“Dal momento che sono cresciuto in una fattoria, la natura selvatica l’avevo attorno – insetti, alberi, foreste – ma l’ho messa a fuoco in modo chiaro e reale quando ho cominciato a esplorare al di là dello steccato, oltre il pascolo, nella palude, nella macchia di cedri e sono stato preso dalla sensazione di essa, dalla sua oscurità, dalla sua profondità, come pure dalla sua ricchezza; come dire, vi sono tanti uccelli piccoli e grandi sulle cime degli alberi, rane che gracidano. Tutte queste attività, che la biodiversità porta avanti senza che l’essere umano pianifichi niente, mi deliziavano”.
Riscoprire i luoghi È chiaro: la crisi dell’uomo contemporaneo è determinata dalla perdita del suo rapporto con la natura. Riscoprire la bellezza dei luoghi in cui si vive, ritrovare il senso del luogo, diventa riscoprire, ritrovare se stessi. Non si tratta di tornare indietro, non si tratta di tornare a vivere nelle capanne o di abbracciare uno stile di vita pre-moderno, da cacciatori-raccoglitori, si tratta di cercare di riscoprire la bellezza del vivente, la bellezza spirituale della libertà, e di anteporla al modello utilitaristico e monetaristico dominante. E si tratta di cambiare il nostro stile di vita, quotidianamente, per creare una nuova dimensione esistenziale e abbandonare i vieti modelli di oggi.
“Se l’uomo vuole rimanere sulla terra, deve trasformare la tradizione della civiltà urbanocentrica, antica di cinquemila anni, in una nuova cultura scientifico-spirituale, ecologicamente sensibile, orientata verso l’armonia e ben disposta verso il selvatico. La selvaticità è lo stato di completa consapevolezza, ecco perché ne abbiamo bisogno. La civiltà, che ha fatto di noi una specie di successo, ha sopraffatto se stessa e ora ci minaccia con la propria forza d’inerzia. Per ottenere dei cambiamenti, dobbiamo cambiare i fondamenti stessi della nostra società e della nostra mente”.
Così si torna a ri-abitare il grande flusso, oltre il rumore del silenzio sintetico della tecnologia, dalla spersonalizzazione, dalla disseminazione del senso e della realtà, dallo sradicamento che giorno dopo giorno ci rende più soli. Il luogo selvatico è, nelle bellissime, profonde e profondamente utopiche parole di Snyder, un vero e proprio ritorno a casa.
“Le lezioni che apprendiamo dal selvatico diventano l’etichetta della libertà. Possiamo goderci la nostra umanità con il suo brillante cervello e la sua vibrante sessualità, le sue ambizioni sociali e i suoi ostinati malumori, senza per questo ritenerci migliori o peggiori di qualsiasi altro essere nel “Grande Bacino Fluviale” dell’esistenza. Possiamo accettarci tutti quanti come esseri uguali che, scalzi, dormono sullo stesso terreno. Possiamo smettere di sperare di essere eterni e di lottare contro la polvere. Possiamo allontanare le zanzare e i parassiti senza odiarli. Possiamo essere senza aspettative, attenti e sufficienti, grati e prudenti, generosi e diretti. Momenti di calma e di chiarezza ci accompagnano mentre, fra un lavoro e l’altro, ci puliamo il grasso dalle mani e guardiamo le nuvole che passano. Un’altra gioia è infine quella di sederci e bere il caffè con una persona amica.
Il libro Ri-abitare nel grande flusso (Arianna Editrice) “Un giorno, dopo esservi passato accanto per vent’anni per andare al lavoro nel campo, all’improvviso ho notato una quercia nodosa. O forse è stata lei a mostrarsi a me. Ho percepito la sua vecchiaia, la sua essenza, la sua intima natura, la sua ‘quercità’, come se fossero mie qualità. Una simile intimità ti fa sentire totalmente a casa nella vita e in te stesso”.
Chi è Gary Snyder Gary Snyder – poeta, saggista, Buddhista Zen, montanaro, bioregionalista ed ecologista profondo – è autore di numerosi libri di poesia e prosa, Myths & Texts (1960), Turtle Island (1974) Premio Pulitzer per la poesia, The Old Ways (1977), Axe Handles (1983), The Practice of the Wild (1990), Mountains and Rivers without End (1996), The Gary Snyder Reader (1999). I suoi lavori sono stati tradotti e pubblicati in vari paesi, in Italia: La grana delle cose (Ed. Gruppo Abele, 1987) e Nel mondo selvaggio (Red Edizioni, 1992). Insegna Letteratura all’Università della California a Davis dal 1986. Vive dal 1970 nel territorio del fiume Yuba alle pendici della Sierra Nevada in California ed è membro del locale Yuba Watershed Institute. |