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Aguirre: il furore del potere PDF Stampa E-mail
Cultura - Cinema
Scritto da Simone Bedetti   

Un capolavoro del cinema sulla metafisica del delirio.

 

 

 

 

 

“L’oro lo lascio ai servi, per me conta il potere”. Così Don Lope De Aguirre, il più folle condottiero di Spagna, esalta la sua brama di conquista, inscenando, su un delirante palcosenico allestito dalle sue allucinazioni, la tragedia della popria divinizzazione come imperatore dell’El Dorado, la città dell’oro, divorato dalla febbre dell’onnipotenza che lo condurrà all’autodistruzione. Mai l’immaginario cinematografico era riuscito a dar vita a un personaggio più titanico e primitivo di Don Lope De Aguirre, incarnato nel volto trasfigurato e nel corpo gocciolante e storto di Klaus Kinski, protagonista di Aguirre, il furore di Dio, film del 1972 del regista tedesco Werner Herzog.


Nel cuore delle tenebre
Il film prende il via da un falso diario di frate Gaspere de Carvayal, membro di una spedizione spagnola nel cuore della foresta amazzonica, anno del Signore 1560. Raggiunto il Rio delle Amazzoni, la spedizione si ferma, e il conquistador Gonzalo Pizzarro decide di inviare un piccolo drappello di soldati in avanscoperta. Se non torneranno entro sette giorni, la spedizione farà ritorno in patria.
Da qui inizia il viaggio senza ritorno verso la follia del potere, e verso il mistero dell’oltre, nascosto nei bui recessi della Foresta e tra i flutti immobili delle acque del Rio delle Amazzoni, una deriva nel cuore di tenebra della natura e della psiche (evidente il riferimento al capolavoro di Joseph Conrad, ripreso sette anni dopo anche da Apocalipse Now di Francis Ford Coppola).
Inesorabilmente, le imbarcazioni della spedizione vengono distrutte dalla furia del fiume, fino a quando non resterà che uno sparuto gruppo di uomini, alla deriva su una zattera, decimato dalla malaria e dalle frecce di indios invisibili, al servizio di un pazzo divorato dalla brama di diventare potente come un dio, e di generare con la figlia Ines una stirpe invincibile.

Pulsioni primitive
Il regno di Aguirre è una zattera di legno marcio invasa dall’acqua e dagli animali, i suoi sudditi un gruppo di morenti. Aguirre tiranneggia su questo regno allucinato come un re di cartone su un palcoscenico, sigillato in una rilucente armatura che ne storce la postura e lo trasfigura in icona sacra, animato solo da una pulsione primitiva di dominio.
Come la zattera viene trascinata dal fiume verso il buio, così Aguirre ci trascina fino alla scoperta del nocciolo antropologico del desiderio umano di potere, che Herzog fa coincidere con la sfida primigenia lanciata dall’uomo alla natura, motore immobile di ogni desiderio di specie, lotta selvaggia di autoconservazione e al contempo illusione di superamento della morte (dell’uomo) e di conquista dell’eternità (della natura). Sfida invincibile, disperata, e per questo ancora più eroica.
E il desiderio di potere – la ragione biologica dell’autodistruzione umana – viene a coincidere, nella visione estrema di Herzog, con la consapevolezza dell’uomo della propria piccolezza (e della propria mortalità) di fronte alla natura, consapevolezza che da una parte dà impulso alla ricerca e alla creazione umana, dall’altra alla distruzione, all’odio, alla follia. Così gli opposti (autodistruzione-creazione) vengono disperatamente a coincidere. Don Lope De Aguirre è un pazzo, ma è anche l’eroe primordiale, l’Achille Furioso che sfida la morte in un universo senza dei.

 

 

 

Il potere della natura
Il potere secondo Herzog nasce dunque dalla lotta primigenia tra uomo e natura, da quella stessa madre matrigna che nasconde e dà senso alla storia della specie umana.
E intorno ad Aguirre, la natura domina maestosa e implacabile, indifferente alle grottesche tragedie umane. Natura che diventa Sguardo dis-umano (e quasi divino) nell’incredibile sequenza finale, con le musiche dei Popol Vuh che trasformano in una danza mistica il movimento circolare della macchina da presa attorno alla zattera invasa dalle scimmie, con Aguirre ostinatamente in piedi, eretto al centro della propria follia. Così il cinema di Herzog si spinge oltre i confini del rappresentabile, fino a scorgere le radure del nulla.
Herzog stesso lo ha detto: “Tutti i miei film hanno come sottofondo non delle storie ma dei paesaggi”. Ed è proprio il paesaggio della natura a trionfare in Aguirre. “Una natura presenza oscura e misteriosa”, è stato detto. “Man mano che il delirio di grandezza si fa parossismo ripercuotendosi come flagello di morte sugli uomini, quella presenza sembra placarsi in un’imperturbabile inaccessibile atemporalità. Il film va spegnendosi sul titanico scontro tra la solitudine furiosa ed esaltante di Aguirre e la pace maestosa ed eterna del creato” (Bini).
Niente spegnerà l’esaltazione mistica di Aguirre. E il suo ultimo monologo mostra tutta la cecità del delirio umano di potere: “Tutta la Nuova Spagna sarà nostra. Noi metteremo in scena la storia come altri allestiscono uno spettacolo teatrale. Io sono il furore di Dio. Sposerò mia figlia e fonderò la più pura dinastia che gli uomini abbiano conosciuto. Insieme, regneremo su tutto il continente. Chi altri è con me?”. Intorno, gli fa eco solo il nulla, e il rumore del fiume.

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