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Vi proponiamo una nostra intervista esclusiva al grande regista della "vita senza equilibrio".

Probabilmente sarebbe inutile domandare a Godfrey Reggio qualcosa su questi anni. Il regista che più di ogni altro ha messo la propria furia visiva al servizio di una critica feroce, senza precedenti e senza compromessi, alla società occidentale, ai suoi modelli di consumo e consunzione di ogni valore, ai suoi idoli tecnologici, il filosofo visionario consapevole dell’abisso dei nostri tempi e irriducibile ad accettarne il destino, che ha impiegato sette anni e un nuovo linguaggio cinematografico per pronunciare una sola parola, Koyaanisqatsi (“vita senza equilibrio”), avrebbe forse da mostrarci “solo” un nuovo film, quello che chiude la trilogia (dopo Koyaanisqatsi, Powaaqatsi), un film ormai leggendario, sempre rinviato, e presago, dal titolo Noyaaqatsi, “guerra come modo di vivere”. La guerra presentata nel film che chiude la trilogia non è solo la guerra del campo di battaglia, è piuttosto una guerra totale, è l’aggressione contro le forze della vita stessa. L’aggressione a cui ci condanna, secondo Reggio, l’asservimento di ogni valore allo spettacolo tecnologico.
Quello che più colpisce di Koyaanisqatsi è lo sfruttamento, quasi lo sciacallaggio, che i mass media hanno attuato della costruzione formale del film. Koyaanisqatsi ha sicuramente introdotto una nuova visione nel cinema: la frenesia del montaggio, la tecnica della time-lapsed photography, la velocizzazione delle immagini, le nuvole e le luci delle metropoli che corrono veloci; oggi siamo abituati a questo modello visivo, perché pubblicità, video musicali, prodotti di consumo ce lo hanno riproposto e ripetuto migliaia di volte. Quello che stupisce è però il fatto che nel suo film questo modello è lo strumento per una critica radicale alla società contemporanea. I mass media se ne sono invece appropriati e ne hanno rovesciato il senso, fino a farlo diventare addirittura il migliore linguaggio di quella società. Non le sembra paradossale?
È così, è proprio così. Penso che le ragioni per cui i mass media si sono appropriati di questa visione e di queste immagini si ritrovino nel fatto che i mass media cercano sempre un linguaggio nuovo delle immagini. Io non ho inventato la time-lapsed photography, come effetto visivo essa esisteva già da prima, io l’ho usata come linguaggio e l’ho fatta diventare linguaggio. Rimango sempre molto interessato e confuso davanti a questa appropriazione e cerco sempre di dare perlomeno un significato. In sostanza guardo a queste immagini come a un cavallo di Troia. L’uso di queste immagini per raccontare il mio sentire era molto efficace, ma è molto efficace anche l’uso di queste immagini per promuovere prodotti. È una lama a doppio taglio. Quello che dici purtroppo è successo, è successo mio malgrado ed è successo fuori dal mio controllo. L’arte tende a essere consumata e a essere consumata da chi vuol vendere dei prodotti. Non so dire se questo sia buono o cattivo, posso dire che succede. Penso che se è potente, l’arte tende a essere imitata, e questo fa parte della responsabilità dell’arte.
Lei ha trovato un modo per rispondere a questa continua appropriazione, a questa catena di montaggio dei segni che tende a consumare e a svuotare di senso tutto quello di cui si appropria? Qual è la sua sfida? Spiegati meglio, che cosa intendi per “mia sfida”?
La sfida della sua arte, la sua risposta: i mass media si appropriano del suo linguaggio. Lei come reagisce? No, in nessun modo. Io non faccio arte per rispondere al furto del mio lavoro e di quello dei miei colleghi da parte di altri. Nel mio lavoro appare piuttosto, in qualche modo, una certa contraddizione: ho utilizzato una forma mediata per rendere visibile un’esperienza mediata. Invece di avere un approccio diretto con le persone io, diciamo così, ho avuto l’ardire di combattere il fuoco con il fuoco. Il mio compito non è tanto quello di fornire risposte, ma di porre quesiti intorno ai quali lo spettatore può interrogarsi e dare lui le risposte. Il mondo della pubblicità assume sempre i giovani più brillanti per vendere prodotti, e questi giovani sono costantemente alla ricerca di un nuovo linguaggio per l’immagine. Ormai diamo per scontato che ogni volta che si produce un’azione creativa qualcun altro se ne potrà appropriare per un uso che non era nelle intenzioni di chi l’aveva concepita. C’è sempre una contraddizione quando si fa qualcosa per un pubblico di massa.

In Koyaanisqatsi, e nei suoi film successivi, non c’è alcuna conciliazione tra mondo tecnologico e, diciamo così, autenticità dell’esistenza. Tra lo Shuttle che esplode in mille pezzi e la straordinaria frenesia della vita di Anima Mundi non c’è conciliazione, c’è una profonda frattura. È possibile insomma un’integrazione tra scienza, tecnologia, progresso e vita? Il mio punto di vista su questo è purtroppo indicibile perché è troppo estremo.
Provi a dircelo, se vuole. Dirò così: purtroppo il nostro linguaggio sta combattendo ma in fondo è incapace di descrivere il mondo in cui viviamo. Lo spirito del tempo è quello di cercare di umanizzare la tecnologia. Viene accettata e si cerca di farla funzionare per il beneficio della civiltà. Purtroppo, tristemente, tragicamente, come dicevo indicibilmente, penso che questo sia un esercizio futile. Se vogliamo affrontare il tema della libertà dell’uomo dobbiamo affrontare quella che è la natura del destino tecnologico. Ivan Illich dice che la libertà è dire no alla necessità tecnologica. Essere uomo oggi significa essere eroico, se non addirittura eretico. In questo senso una grande fonte di ispirazione per me è Giordano Bruno, che è morto per la libertà, per la sua libertà.
Quello che le imputano i suoi critici è che la sua critica alla tecnologia propone un’utopia del ritorno, un altrettanto futile desiderio di un’esistenza originaria, autentica. Lo so. Ma rispondo: innanzitutto non ho mai rivendicato un ritorno a un passato, a un’età della pietra, ad abitare nelle tende; con i miei film cerco sempre di sollevare degli interrogativi, delle domande; quello che dicono i miei critici non lo dicono i miei film, né l’ho mai detto io pubblicamente, perché non è assolutamente possibile tornare al passato, ma possiamo solamente cercare di cogliere il futuro. Io non credo nell’utopia né nella distopia, sarebbe solo grottesco e irrealizzabile. Essere uomo nel migliore dei casi è secondo me porre interrogativi, ed è quello che faccio con i miei film. Io non do risposte. È vero, le domande in qualche modo condizionano e modellano una risposta, però io non do risposte, dobbiamo soltanto avere il coraggio di porre delle domande. Alcuni critici sostengono che io sia un sostenitore, anzi uno degli esponenti principali del movimento della new age. Questo è assolutamente falso, io non appartengo a nessun movimento, a nessuna bandiera, l’unica bandiera è la mia ombra e ritengo che i princìpi della new age siano indifendibili perché sono connessi alla ricchezza.
I suoi critici dicono anche che una visione sacra della vita sia comunque un’idea antropocentrica e che non fa altro che alimentare la presunzione – la stessa che alimenta anche i princìpi della società tecnologica – dell’uomo rispetto alle possibilità della sua conoscenza. Cosa risponde? Ci vorrebbe forse il resto della mia vita per risponderle. Il mio lavoro è come una piccola melodia in un’enorme sinfonia di suoni. Nel nuovo millennio i mass media, la cultura, i politici, accolgono il progresso, questa terra delle meraviglie, senza metterla minimamente in discussione. Secondo me è solo una festa consumistica, di autoconsunzione, semplicemente una festa antropomorfica che vuole celebrare soltanto la capacità di consumare di più. L’unica cosa che veramente non viene colta è che in questo festeggiamento euforico noi non stiamo celebrando altro che la tecnologia. Questo non viene colto. Quello che cerco di dire con parole è che noi non usiamo la tecnologia ma che in effetti noi viviamo la tecnologia, la tecnologia diventa la nostra unica vita. Siamo tutti dentro la tecnologia, non possiamo liberarcene, la tecnologia è diventata il nuovo ambiente, il nuovo ospite della nostra vita. Visto che siamo diventati l’ambiente in cui viviamo, non viviamo più nella natura, viviamo in un universo tecnologico. In questo senso, la tecnologia è la nuova natura, e senza nessuna coscienza utilizziamo la natura, consumiamo la natura come risorsa per la nostra nuova natura, per alimentare la tecnologia.
È un processo irreversibile? Non solo irreversibile, ma non vedo, tristemente, nessuna via di uscita da questo tunnel. In questo senso dobbiamo avere coraggio. Non dobbiamo avere alcuna speranza di fronte all’ordine tecnologico, proprio per ospitare grandi speranze per la creatività umana.

CHI E’ GODFREY REGGIO Quando, nel 1983, nelle sale cinematografiche di tutto il mondo venne proiettato Koyaanisqatsi, il pubblico rimase spiazzato: costruito esclusivamente sull’esasperazione del montaggio, la nevrosi dell’immagine e del ritmo, il contrasto con il minimalismo elettronico del musicista Philip Glass, il film portava sullo schermo una tematica mai prima affrontata in modo così radicale: il decadimento della società occidentale. Koyaanisqatsi diventò in fretta un modello visivo subito digerito dai media di consumo: videoclip, spot pubblicitari, programmi televisivi ne imitarono tecniche di ripresa e soluzioni formali, disintegrando così il senso forte e sostanziale di quelle stesse scelte visive. Con il suo virtuosismo visionario, Koyaanisqatsi (che in lingua dei nativi hopi significa “vita senza equilibrio”) denunciava infatti in modo brutale il sistema di vita dell’Occidente moderno, la schizofrenia dei suoi processi sociali, la distruzione dei ritmi di vita tradizionali, il nichilismo esistenziale e l’apocalisse ecologica delle società post-industriali. Classe 1940, nato a New Orleans, a 14 anni Godfrey Reggio è già in lotta con il mondo moderno ed entra nell’ordine cattolico dei Fratelli Cristiani, dove per quattordici anni conduce un ritiro monastico. Maturando la vocazione di una vita socialmente più impegnata, nel 1968 Reggio decide di sciogliere i voti e fonda l’Istituto per l’Educazione Regionale (IRE), organizzazione no-profit con sede a Santa Fe, in New Mexico, che si occupa di educazione della comunità e di servizi. Grazie all’IRE – con cui realizza un progetto pubblicitario – Reggio intraprende la carriera cinematografica, che lo porta alla realizzazione di quattro lungometraggi: Koyaanisqatsi (1983), Powaqqatsi (1988), Anima Mundi (1991), Evidence (1995). Dal 1995 dirige per Luciano Benetton e Oliviero Toscani la Fabbrica Futuro Presente, una scuola di sperimentazione e produzione di arti, tecnologie e mass media. Nel 2002 ha concluso la trilogia "katsi" con Naqoyqatsi.
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