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L’evoluzione creatrice: il nuovo significato della vita PDF Stampa E-mail
Spiritualità - Filosofia
Scritto da Simone Bedetti   
Il saggio L’evoluzione creatrice di Henri Bergson nel 1907 aprì la porta a una nuova, rivoluzionaria interpretazione della realtà.


Con L’Evoluzione creatrice, pubblicato per la prima volta nel 1907, il filosofo francese inaugurava il XX secolo con una teoria rivoluzionaria, che avrebbe aperto la porta alla rivoluzione scientifica e al pensiero della complessità, considerando la natura non come un oggetto ma come un racconto aperto regolato dallo slancio vitale dell’evoluzione. Un’opera che resta ancora oggi all’avanguardia, perché libera la natura dai pregiudizi dell’uomo e riassegna all’essere umano il ruolo che gli compete: quello di partner degli altri esseri viventi e non di dominatore.

Un’opera rivoluzionaria
La rivoluzione di Bergson comincia dal metodo: l’indagine filosofica del pensatore francese è infatti una meditazione.

Io chiudo gli occhi, mi otturo le orecchie, spengo a una a una le sensazioni che mi arrivano dal mondo esterno: ecco fatto, tutte le mie percezioni svaniscono, l’universo materiale sprofonda, per me, nel silenzio della notte.

L’introspezione di Bergson supera il ragionamento intellettuale e si indirizza al sentire. All’intelligenza, proprio del metodo scientifico-razionale, Bergson affianca così l’intuizione, il sentire, la meditazione. Attraverso la pratica della meditazione, Bergson scopre i limiti dell’intelligenza: essa ha un ruolo importante per l’esistenza dell’uomo, ma non è il solo e definitivo strumento di conoscenza, perché agisce solo su oggetti inerti, ed è incapace di comprendere ciò che non è un oggetto: la vita.

L’intelligenza, così abile nel manovrare la materia inerte, tradisce la sua inettitudine non appena si volge al vivente. Che si tratti della vita del corpo o di quella dello spirito, essa procede con il rigore, la rigidezza e la brutalità di uno strumento non adatto a tale uso.




L’intuizione
L’incapacità di comprendere la vita da parte dell’intelligenza è la medesima incapacità della scienza, che si basa esclusivamente sull’intelligenza. L’Evoluzione creatrice condanna senza appello la concezione meccanicistica del mondo, tipica della scienza, secondo la quale i fenomeni della natura vengono ridotti a un rapporto di causa-mezzo-effetto. La scienza, come l’intelligenza, “ritaglia” dal fluire della vita alcuni momenti particolari, li immobilizza, li rende inerti e solo allora può misurarli e analizzarli. L’intelligenza trionfa quando ha a che fare con oggetti, di cui riesce a dare la migliore descrizione e ad avere una conoscenza quasi definitiva: è questa la sua straordinaria grandezza. Ma non può conoscere la vita. Né basta il solo istinto, il quale, benché agisca direttamente sulle cose, non può comunicare alla coscienza la sua esperienza.
Per comprendere la vita è necessario un altro strumento: l’intuizione. L’intuizione è “l’istinto fattosi disinteressato, cosciente di sé, capace di riflettere sul proprio oggetto e di estenderlo all’infinito”. Ancora, intelligenza e intuizione non sono separate: la coscienza possiede entrambe queste qualità. È il pensiero dominante a privilegiare la prima di esse, disinteressandosi dell’altra. Con l’intuizione, l’intelligenza ritorna all’istinto, entra nella dimensione inesprimibile della comprensione della vita.

Lo slancio vitale
Attraverso la meditazione, Bergson scopre quel “qualcosa in più” che è proprio della vita, quel quid che la scienza non può analizzare e che è raggiungibile solo attraverso l’intuizione. Essa fa a meno di segni, simboli, o linguaggi: non conosce le cose, le vive.
Attraverso l’intuizione Bergson giunge alla sua più avvincente scoperta filosofica: lo slancio vitale.

La vita fin dalle sue origini è la continuazione di un solo e identico slancio che si è suddiviso, nel corso della sua evoluzione, in direzioni divergenti.

Nell’Evoluzione creatrice Bergson rivoluziona il pensiero filosofico del suo tempo, aprendo le porte alla rivoluzione scientifica del XX secolo e inaugurando il pensiero della complessità: la vita diventa infatti la struttura stessa dell’universo.

Il tempo di Bergson
L’elemento che diventa fondamentale in questa rivoluzione della conoscenza operata da Bergson è proprio il tempo. Fino a quel momento, il tempo era considerato dalla scienza come un insieme di istanti, fermi, immobili, privi di durata. Era tempo spazializzato, come lo chiama Bergson, tempo privo del suo elemento fondamentale, quello della durata.
La qualità della durata è ancora più decisiva, perché è il divenire, il cambiamento. La durata è “un passaggio, un cambiamento, un divenire, ma un divenire che dura, di un cambiamento che è la sostanza stessa”, come dice Gilles Deleuze a proposito del grande filosofo francese.
È da questa conversione del tempo in durata che si opera la trasformazione della natura. Il tempo-istante, il tempo-punto della scienza, il tempo-morto degli istanti programmati dava luogo a una visione deterministica, meccanicistica del mondo (la visioen di Newton). Questa visione, dominata dall’intelligenza, “ritaglia” dal fluire della vita, dallo scorrere e dalla durata del tempo alcuni momenti particolari, li immobilizza, li rende inerti e solo allora può misurarli e analizzarli.
Il tempo invece è vita. La freccia del tempo è la continuazione nel divenire, nella trasformazione e nel cambiamento di uno stesso slancio vitale originario, lo slancio vitale dell’evoluzione che è creatrice.



Un nuovo modello di vita
Questo slancio vitale, questa forza dirompente che dimora all’interno della vita stessa, non si limita a illuminare il pensiero, ma si tramuta in azione e si estende all’esistenza concreta, alla società. È uno dei temi dell’ultima grande opera di Bergson, Le due fonti della morale e della religione, in cui è auspicata la nascita di una “società aperta”, i cui membri siano uniti non da una comune origine etnica, da un comune territorio di appartenenza, da una comune classe sociale contrapposta alle altre (tipico delle “società chiuse” come la famiglia, la città o la nazione), bensì da quella forza spirituale originaria che è lo slancio vitale, e che tende a creare qualcosa che ha valore spirituale in sé.
Chiunque, secondo Bergson, può scoprire la viva potenza creatrice della natura, quella forza vitale di cui noi siamo parte e che noi contribuiamo a creare, in ogni istante, con le nostre azioni.

Una dottrina di questo genere non agevola soltanto la speculazione; ci dà anche più forza per agire e per vivere. Infatti, grazie a essa, noi non ci sentiamo più isolati nell’umanità, e l’umanità non ci appare più isolata nella natura.

La trasformazione delle nostre idee conduce dunque alla trasformazione del mondo che ci circonda. Il vero messaggio dell’Evoluzione creatrice è dunque una nuova strada da seguire, un nuovo stile di vita: una New life.
Se dunque è vero, come sosteneva Gregory Batesn, che “i problemi principali del mondo sono il risultato della differenza tra il modo in cui la natura opera e il modo in cui l’uomo pensa”, è necessario, oggi più che mai, invertire la rotta, ricondurre il pensiero alla sua dimora originaria, quell’intuizione profonda di appartenere a un progetto immenso dove, scrive Bergson,

il più piccolo granello di polvere è intimamente connesso con l’intero sistema solare e tutti gli esseri viventi si aggrappano alla stessa formidabile spinta. L’animale trova il punto di appoggio nella pianta, l’uomo cavalca sull’animale e l’umanità intera, nello spazio e nel tempo, è un’immensa armata che galoppa al fianco di ciascuno di noi, avanti e dietro a noi, in una carica irresistibile, capace di rovesciare ogni barriera, e di superare un’infinità di ostacoli: forse, la stessa morte.

Di questa comunità di destino l’uomo fa parte insieme a tutti gli esseri viventi che popolano il pianeta Terra, un pianeta che nel tempo sperimenta la complessa narrazione del suo stesso divenire, della sua stessa, misteriosa energia creatrice.
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