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Mistica e teologia in Meister Eckhart PDF Stampa E-mail
Spiritualità - Filosofia
Scritto da Agnese Galotti   
Venerdì 08 Maggio 2009 16:06

Incontro con Marco Vannini, studioso del pensiero del grande mistico tedesco del XIII secolo Meister Eckhart.

 

 

 

Fonte: In quiete, il sito di Gianfranco Bertagni

 

Siamo particolarmente debitori a Marco Vannini per averci permesso di incontrare soprattutto la levatura di un pensiero forte quale quello testimoniato da Meister Eckhart che, insieme a quello hegeliano, costituisce uno dei postulati fondamentali che ci hanno permesso di sviluppare il concetto e la metodologia della "psicoanalisi dialettica".


Marco Vannini nato a S. Piero a Sieve (Firenze) nel 1948, si dedica da tempo allo studio della mistica speculativa.
Oltre a Meister Eckhart, di cui ha tradotto ormai, con un lavoro ventennale, quasi l'intera opera, tedesca e latina, ha curato l'edizione italiana della "Teologia mistica di Jean Gerson (Paoline 1992); il "Libretto della vita perfetta" dell'Anonimo Francofortese (New Compton 1994); le "Prefazioni alla Bibbia" di Lutero (Marietti 1997); in collaborazione con Giovanna Fozzer, il "Pellegrino cherubico" di Angelus Silesius (Paoline 1989); Con Giovanna Fozzer e Romana Guarnieri, lo "Specchio delle anime semplici" di Margherita Porete (San Paolo 1994).
Tra i suoi principali lavori ricordiamo "Lontano dal segno" (La Nuova Italia 1971); "Dialettica della fede" (Marietti 1983); "Meister Eckhart e il fondo dell'anima" (Città Nuova 1991); "L'esperienza dello spirito" (Augustinus 1991); "Introduzione a Silesius" (Nardini 1992).

Come si accorse di essere particolarmente chiamato all'esperienza ed all'approfondimento del misticismo?
Non credo che vi sia una "chiamata" all'esperienza mistica. Penso che quello che si chiama, abbastanza equivocamente, misticismo, non sia altro che l'esperienza dello spirito, ovvero l'esperienza della realtà più vera  e profonda dell'uomo: qualcosa che ciascuno di noi è "chiamato" a compiere, se vuole diventare quello che realmente è. Certo questo esige una precisa volontà di non accontentarsi del relativo, di muoversi verso l'Assoluto _ dunque una forte esigenza religiosa e filosofica _ , ma  questa mi pare anch'essa qualcosa di assolutamente "normale", anche se, forse, non lo è da un punto di vista diciamo così statistico.


Come avvenne il suo incontro con Meister Eckhart?
Ho incontrato Eckhart da ragazzo, studente ginnasiale, nel corso di letture personali        disordinate, ma alle quali devo molto di quel poco che so. Trovai in una biblioteca pubblica fiorentina l'antologia a cura di Faggin, "La nascita eterna", e rimasi colpito, in particolare dalla lista delle proposizioni censurate. Quello fu l'inizio di un amore che _ devo dire _ non si è mai interrotto, e che mi ha fatto attraversare indenne i vari "_ismi" della seconda metà del Novecento, nonché  le varie "crisi" del nostro tempo.


Esiste un rapporto tra l'evidente bisogno di spiritualità, che emerge oggi, seppure in forme confuse ed immediate e la necessità di superare il limite del "Cristo solitario" cui lei fa riferimento?
Anche in questo caso bisognerebbe prima intenderci bene sui significati da dare alle parole. Credo comunque di poter dire almeno questo: che la crisi della religione tradizionale ha aperto quella spaventosa afflictio animarum di cui già parlava Jung, e che oggi si cerca di curare con metodi a mio parere assolutamente non all'altezza della malattia. Essa non è infatti altro che la perdita di Dio, e solo il ritrovamento di Dio può costituire la cura.
In questo senso la cristologia eckhartiana (ma non solo!) del Logos che si genera nell'anima, è quella più adeguata.


Ci può commentare questo passo di Eckhart tratto dai "Sermoni tedeschi"?
 "Vi sono due specie di nascita dell'uomo: una nel mondo e l'altra fuori dal mondo, ovvero per giungere spiritualmente in Dio. Vuoi sapere se è nato il tuo bambino e se si è spogliato, ovvero se tu sei stato fatto Figlio di Dio? Finchè hai dolore nel tuo cuore per qualche cosa, fosse anche per il peccato, il tuo bambino non è nato."
La frase proposta, come molte altre simili dei Sermoni tedeschi ("se in te è nato il Logos, non ti turbi neanche vedendo uccidere tuo padre e tutti i tuoi amici") esprime in modo efficace quella esperienza del distacco, ovvero della grazia, di cui è costituente essenziale il non pensare il male, il riconoscere sempre la bontà dell'essere. Si tratta probabilmente del tratto caratteristico più marcato della mistica che è anche filosofia e viceversa, da Eraclito a Simone Weil, come ho cercato di mostrare nel mio "Il volto del Dio nascosto", ovvero di quell'amor fati teorizzato dagli stoici e che è poi passato nella migliore tradizione cristiana, proprio attraverso l'equazione Cristo=Logos.


E' possibile parlare di una "filosofia cristiana"?
Penso che sia possibile parlare di "una filosofia cristiana" purchè la si intenda nel senso in cui la potevano intendere i Padri della Chiesa greca, Origene o il Nisseno. Certamente il cristianesimo, in senso forte, è esso stesso filosofofia, ma non perchè ci sia una filosofia cristiana ideologicamente collocata accanto ad altre, ma perchè la vita del cristiano in quanto tale è profondamente "filosofia". L'espressione "filosofia cristiana", dunque presa in un certo senso, non mi disturba affatto, proprio perchè credo che il cristianesimo sia la vera filosofia, fermo restando il valore universale e assoluto dato a entrambi i termini, cristianesimo e filosofia.


Come coesistono in lei filosofia e teologia?
Fin dall'età della ragione ho provato un certo amore e un certo interesse per le tematiche intimamente filosofiche e teologiche, secondo l'interpretazione hegeliana per cui la filosofia ha in comune con la religione l'assoluto.

 

 

 

 

 

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