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Tom Wolfe: nel cuore della bestia umana PDF Stampa E-mail
Cultura - Letteratura
Scritto da Simone Bedetti   

Fustigatore di costumi e osservatore minuzioso della realtà contemporanea, lo scrittore americano analizza l'essere umano nel dettaglio, componendo un inquietante affresco della società americana, e di quella globale.

 

 

Basta leggere l’attacco del saggio di apertura del suo libro La bestia umana, per capire l’importanza di uno dei massimi scrittori contemporanei, il newyorchese Tom Wolfe. Il saggio si intitola “La vita al volgere del secondo millennio: il mondo di un americano”.
“Nel 2000, il termine ‘classe operaia’ era ormai superato negli Stati Uniti, e ‘proletariato’ era così obsoleto da risultare familiare soltanto a un numero esiguo  di vecchi e avviliti accademici marxisti con i peli sulle orecchie. L’elettricista medio, il tecnico dell’aria condizionata, o quello che ripara i sistemi di allarme, viveva una vita che avrebbe lasciato senza fiato il Re Sole. Passava le vacanze a Puerto Vallarta, alle Barbados o a St. Kitts. Prima di cena si sedeva sulla terrazza di un hotel panoramico insieme alla terza moglie, indossando una camicia alla Ricky Martin aperta fino allo sterno, in modo da consentire alle sue catene d’oro di sfavillare tra i peli del torace”.

 

 

Moralista assoluto
Fustigatore di costumi, moralista chirurgico e osservatore minuzioso della realtà contemporanea, come uno zoologo “il Balzac di Park Avenue” come è stato felicemente definito analizza la bestia umana nei minimi dettagli antropologici, sociali e politici, componendo un perfetto affresco delle trasformazioni degli ultimi decenni della società americana, e di quella globale.
Leggiamo ancora: “Nel corso dei suoi viaggi all’estero, il nostro elettricista, come ogni uomo d’affari americano, si spingeva oltre ogni umano limite pur di non farsi curare negli ospedali europei, che gli apparivano leggermente meno peggio di quelli del Terzo Mondo. Giudicava l’igiene praticata in Europa tanto primitiva che farsi fare volontariamente un’iniezione in una clinica europea una pura follia”.
E ancora: “Indirettamente, inconsciamente, forse queste opinioni erano influenzate dal fatto che il suo paese, gli Stati Uniti, era a quel tempo onnipotente quanto la Macedonia di Alessandro Magno, la Roma di Giulio Cesare, la Mongolia di Gengis Khan, la Turchia di Maometto II o la Gran Bretagna della regina Vittoria. Il suo paese era così potennte, che aveva cominciato a invadere o a bombardare piccole nazioni europee, africane, asiatiche o caraibiche semplicemente perché governate da leader che opprimevano i propri sudditi”.
Sotto la pressa intellettuale – coltissima – di Tom Wolfe poche figure della realtà e dell’immaginario americano riescono a sfuggire: il realismo della sua scrittura modella figure indimenticabili di uomini veri, animati da intelligenza e vanità, dallo spirito di titanica eccellenza che sembra, secondo Wolfe, la vera caratteristica, in positivo e negativo, dello spirito americano.
Nella Bestia umana Tom Wolfe passa in rassegna l’America di oggi individuandone non solo i vezzi e le contraddizioni, ma i movimenti profondi e i traguardi (positivi e negativi) che la società americana è destinata a raggiungere.

 

 

Lo scrittore più importante
Tom Wolfe è la figura più rappresentativa della cultura americana contemporanea, e senza dubbio uno dei massimi scrittori viventi, che con due romanzi, Il falò delle vanità e Un uomo vero, ha realizzato due capolavori che hanno segnato e continueranno a porsi come punto di riferimento del Novecento letterario.
Tom Wolfe è nato e cresciuto in Virginia, a Richmond. Si è laureato in letteratura e giornalismo a Washington e alla Lee University. Ha lavorato come reporter per diverse e prestigiose testate, come lo Springfield Union, il Washington Post, e il New York Herald Tribune. Contemporaneamente, ha pubblicato reportage e racconti sul New York magazine, Esquire, e Harper’s.
È stato il principale esponente del cosiddetto new journalism, una rivoluzione in campo giornalistico e letterario nell’America degli anni Sessanta. Il movimento ha inizio a New York e Los Angeles, dove un gruppo di giovani giornalisti con l’ambizione di trasformare il giornalismo vogliono realizzare la non-fiction novel, il romanzo-verità, un’opera letteraria che racconti fatti veri utilizzando le tecniche della narrazione: escludono l’invenzione, ma usano tutti i mezzi per parlare dei fatti. Recandosi di persona sui luoghi, intervistando i protagonisti e i testimoni, raccolgono tutti gli elementi utili affinché la notizia rimanga aderente alla realtà, ma sfruttano anche le potenzialità narrative della storia e continuano a utilizzare i modelli della lingua giornalistica.
Tom Wolfe è il teorico della nuova tendenza. La sua prefazione al libro New Journalism rappresenta la summa di tutte le intenzioni e le tecniche del gruppo. Qui sostiene che, per poter trasformare in notizia le emozioni e gli ambienti, è necessario raccogliere il maggior numero di elementi possibili ed esporli utilizzando quattro precisi espedienti narrativi:

– descrizione scene by scene, prescindendo dalla presenza del giornalista, escludendo cioè l’io narrante;
– dialogo realistico, grazie alla ricostruzione maniacale di elementi quali il gergo;
– punto di vista interno, soggettiva dei diversi personaggi;

– realismo descrittivo di ambienti, arredi, gesti, tic, ispirandosi ai grandi romanzi di Dickens, Joyce, James, Balzac, Dostoevskij, ecc.

Etica e poesia
Questi principi diventano anche gli stessi della sua carriera narrativa, sempre ibridata con la non fiction novel e con alcuni testi-pamphlet, come Maledetti architetti, che lo hanno eletto come il polemista più caustico della cultura e della società americane.
L’sordio letterario, accolto con enorme interesse da parte della critica, avviene nel 1965 con The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby. Tre anni dopo, in un anno cruciale, Wolfe pubblica contemporaneamente due testi che divengono una delle bibbie laiche del tempo: The Pump House Gang e The Electric Kool-Aid Acid Test. Un successo strepitoso che lancia ogni libro di Wolfe alla testa delle classifiche. Nel 1979 si aggiudica il Nobel americano, l’American Book Award, con The Right Stuff.
Nel 1987, proseguendo nella sua linea di devastazione dell’esistente, dà alle stampe il capolavoro degli anni Ottanta, uno dei migliori romanzi statunitensi del secolo: Il falò delle vanità. Più di dieci anni dopo, alla fine del secolo, pubblica il suo secondo capolavoro, Un uomo vero, il libro che gli aizza contro l’élite letteraria americana, ma che si impone come un’altra delle vette raggiunte dalla letteratura americana, scritta da un genio che nella scrittura ritrova quello che il mercato e il consumo narrativo è andato progressivamente perdendo: etica, critica e poesia.

 

 

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