|
Libere riflessioni di un editore digitale sull'editoria digitale dopo l'eBookFest di Fosdinovo.

Antonello Silverini, copertina per "Ma gli Androidi Sognano Pecore Elettriche ?" Fanucci Editore (2007)
“Ci si chiederà se davvero in questo mondo tutto proceda così a rovescio da dover essere continuamente capovolto.” (Robert Musil, L’uomo senza qualità)
Dall’editore digitale ci si attende sempre qualcosa di tecnologicamente innovativo. Deve sorprendere, trasformare, produrre soluzioni a getto continuo, esercitare ogni forma di sforzo psichico e pensiero laterale per sviare dai canoni, anticipare rivoluzioni, prevedere futuri anteriori. Non bastano competenza sui formati, aggiornamento costante, attenzione ai dettagli – quel che una volta si chiamava un buon artigianato. Per gli editori tradizionali è fin troppo, per lui è solo questo. Intanto questo Paese di facce tristi alza i soliti muri, ricicla arrugginiti meccanismi, trite gerarchie, relazioni più o meno occulte. Tutto corre, ma non scorre. Grande o piccolo, alto o basso, giusto o sbagliato, vero o falso, 0 o 1. Non ci si diverte più. La reazione dev’essere un’ulteriore stretta tecnologica? Sviluppare una forma di tossicodipendenza da tecnologia è il destino dell’editore indipendente in gara con i fantasmi? Un libro non sarà più un libro, ma un editore resta un editore. Questo pensiero mi rallegra perché mi libera della domanda più noiosa: cosa sarà il libro? Siamo editori, non informatici. Me lo ripeto tutte le mattine davanti allo specchio, mentre codici verdi colano sul vetro. Non è importante come-lo-pubblichiamo, ma ciò-che-pubblichiamo. Ripetiamolo cento volte. Cos’è un editore? Cosa pubblichiamo? Due domande e un tempo verbale che mi liberano della seconda parola più noiosa dopo “libro”: “futuro”. Cosa pubblichiamo ora? E qui, signori, qui entriamo nel campo della metafisica, qui oltrepassiamo le anguste porte del tempo per immergerci nella vibrante energia dell’immaginario. Immaginario che non voglio più trattenere, comprimere, strizzare, intubare. Voglio che dilaghi. È la mia missione, la mia natura di editore. Non so a voi, ma a me questo immaginario mi va stretto, mi agita, mi irrita, mi fa venire l’orticaria. Diavolo, mi sembra di ascoltare un’unica voce che ripete sempre le stesse cazzate. Io sento un profondo disagio verso la realtà, non lo nascondo. Non ce la faccio proprio, è più forte di me, odio i premi letterari, gli aperitivi con l’autore, le smorfie malsane degli sconfitti generazionali, l’anoressia esistenziale delle scrittrici maledette, le vite disperate ma redente, le prediche onanistiche, le cerimonie di consacrazione dei nuovi geni, i custodi del Bene, i martiri, gli eruditi raffinati, gli eloquenti parrucconi, gli esordi sorprendenti, gli scrittori noir, i bravi divulgatori. Voglio pubblicare cose sbagliate, che non debbano corrispondere a niente a cui dovrebbero corrispondere, somigliare a niente a cui vorrebbero somigliare. Voglio ascoltare il racconto della costante lotta con le programmazioni genetiche, le pulsioni inconsce, gli istinti e la violenza della specie, le pressioni sociali, gli abissi e le eternità cosmiche. Sono a caccia di immagini. Parlo di ciò che una volta si chiamava sperimentare e che apparteneva agli artisti, agli scrittori. L’industria culturale li ha annientati. Il cosmo digitale rimette il gioco in mano all’editore. Noi siamo l’avanguardia perché noi siamo gli unici in grado di fare rete. L’editore indipendente è snello, veloce, agile, leggero come l’aria. Non so se Calvino intendesse questo quando parlava di leggerezza. Lo spero. Ho una visione disincarnata della Rete, la libertà che trascende la tecnologia stessa nella comunione empatica tra le menti e le anime elettriche. Sogno una nuova cosmogonia, una nuova specie umana. Penso positivo.
Ps. Sia chiaro però: non voglio più ricevere un curriculum che alla voce “Conoscenze informatiche” rechi “Elaborazione testi-word.”
Simone Bedetti (editore digitale)
|