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Cultura - Letture
Scritto da Simone Bedetti   
Giovedì 11 Febbraio 2010 19:12

  È   possibile condurre una vita spirituale in un centro commerciale? Articolo di Simone Bedetti per Area51 Publishing.

 

 


Accade: i territori della nostra esistenza sono colonizzati dalla mercificazione e la nostra esperienza dipende ormai quasi solo dai volatili umori delle logiche commerciali. I luoghi del vissuto diventano i non luoghi del Mercato Globale: aeroporti, centri commerciali, multisale, parchi divertimento, catene di fast, slow food, villaggi-vacanze, metropolitane, automobili, autostrade, autogrill. In magnifiche architetture neo-futuriste tracciamo percorsi circolari o rettangolari, euclidei, su queste terre astratte smarriamo cognizioni temporali, distanze generazionali, conflitti di classe e senso del divenire, eccetto quello che separa le ruote del nostro carrello dalla cassa. Una risposta sola ci è concessa: “Ha la tessera?”

Nei centri commerciali il cliente circola silenziosamente, consulta le etichette, pesa le verdure o la frutta su di una macchina che unitamente al peso gli indica il prezzo, poi tende la sua carta di credito a una ragazza silenziosa, o poco loquace, che sottopone ogni articolo alla registrazione di una macchina decodificatrice prima di verificare la validità della carta di credito” (Marc Augé)

L’ombra della luce

La luce nei non luoghi disegna cromie nette, dei centri commerciali abbaglia la disciplina dei colori, come sanno distribuirsi rispettosamente tra gli scaffali, incanalarsi nei reparti, confinarsi sui ripiani, senza distrarre l’occhio, libero di contemplare il verde dei giardini, l’azzurro delle fontane, la rifrazione dei neon sullo specchio del pavimento, il biancheggiare del cellophane dei formaggi in offerta, il rosso violento del comparto carni, e di accorgersi di non aver mai visto ombre in un supermercato, perché l’insonne fulgore dello zenith artificiale accoglie i fantasmi dei corpi negli spazi precisi della sua eternità.

Eppure, qui il re è nudo, e anche il cliente. Come il sonno profondo, il centro commerciale parifica le differenze, annulla le diseguaglianze, riassume il cuore evolutivo della civiltà contemporanea nel delicato rettangolo della carta di credito.

L’ambiente è pulito, ordinato, ogni cosa è al suo posto. E poi il nome dice tutto: Supermarket, il mercato per Superman. E così mi sento, svolazzando di scaffale in scaffale, e SWISSH… prendo al volo una bottiglia d’acqua appena sgorgata dai ghiacciai eterni, carbonella della trasformazione geologica della foresta amazzonica, batterie alcaline, caffè della Giamaica, Swissh… e vado avanti finché il carrello è stracolmo e mi avvicino alla cassa. Finalmente mi sento rassicurato, mi sono riappropriato dei miei diritti di vivere in questo ambiente, ora sì, e sapete perché? Perché ho i soldi. Tutto quello che ho appena preso costa un sacco di soldi e io li ho” (Eric Bogosian)

Oltre il senso del luogo

Cacciatori-raccoglitori degli sconti-punti, avventurieri dei treperdue, siamo costretti a vivere la coincidenza delle più grandi rivoluzioni globali, la topografica e l’elettronica.

La televisione amplifica l’estensione della nostra esperienza territoriale, ci relaziona con gli altri e con gli altri luoghi, ma pure ci isola, ci dissocia dalla realtà e dai suoi spazi geografici. I media interconnettono e isolano, decentrano e gerarchizzano, radunano e allontanano.

Egualmente si pone l’ambivalenza del non luogo: si smarriscono le radici antropologiche, il contatto con gli altri, il senso di appartenenza ai suoni della natura e agli organismi viventi. Ma si sperimentano nuove sensazioni, emergono nuovi territori, mediati e mediatici, mentali, nuove dimensioni della solidarietà invisibile si fanno strada, prendono forma rinnovate emozioni e nostalgie.

Guardare un tramonto all’aperto e mille tramonti al cinema, in televisione. Il tramonto come proiezione di quei tramonti, il suo colore rievocazione di quei colori, e quelli stessi emulsione di un’idea narrativa di tramonto. Quale dei due è vero tramonto? Di quale dei due posso dire “Questo non è un tramonto”? È meno tramonto quel tramonto stratiforme, sedimentazione di immaginari, è meno bello di questo tramonto all’aperto che fatalmente accade, per puro caso in mia presenza, e che riesco a caricare di emozioni solo paragonandolo al tramonto drammaturgico che ho in mente? È meno silenzio questo silenzio teso, recitato, questo simulacro del sacro che assumo come posa mentre fittiziamente contemplo l’imbrunire? Sono meno autentiche le sensazioni che provo, sono meno vive?

Perché i media, come i luoghi fisici, includono ed escludono le persone. I media, come le pareti e le finestre, possono nascondere e rivelare. I media possono creare un senso di condivisione e di appartenenza o un senso di esclusione e di isolamento. I media possono rafforzare un senso di “loro contro noi”, o possono indebolirlo” (Joshua Meyrowitz)

Circolare nella pioggia

La metafisica della merce ci concede l’accesso a territori falsificati, palcoscenici luminosi e muti finalizzati al consumo di prodotti, di emozioni, di tempo libero.

La realtà in transito nel Mercato ci conduce a uno spazio estemporaneo, a una metafisica a noleggio, nell’indifferenza dei giardini di formaggi e insaccati e surgelati, metonimia della società globalizzata, parte del tutto dell’oggi, protezione sicurezza e vigilanza e temperata meteorologia, al caldo del panottico dei bisogni appagati e dei desideri creativi che albeggiano dietro il nuovo computer integrato o nelle stringhe di un software a microonde. La piazza asociale dell’utile economico non prevede centri di aggregazione, annulla ogni identità e valore che non siano contabilizzabili. Circolare è l’imperativo, topografico ed esistenziale, percorrere file di prodotti o autostrade e ripetere azioni identiche, negli stessi iperspazi programmati.

Eppure, questa indifferenza non mi spaventa, né l’occhio che mi guarda o controlla, né il silenzio che mi circonda; lascio effondersi questo sottofondo, lascio spaziarlo in questa realtà in cui riconosco la poesia della mia stessa transitorietà. E non è vero che il non luogo è sempre uguale: trovo tracce di passato anche nelle scale mobili, e quando fuori, nei parcheggi, le nuvole si annerano, anche dentro, qui, l’odore di pioggia si infiltra tra i neon, le gocce imperlano i vetri e tamburellano sui tetti. E che spettacolo, quando la pioggia lascia il posto alla notte, e le luci colorate danzano nelle pozzanghere nel cemento, e l’aria è fresca, e in fondo anch’io faccio parte di questo momento, della rappresentazione su questo palcoscenico, vengo annullato è vero ma scivolo in questo annullamento, transito, distante, e riconosco la distanza, la mia piccolezza nell’esperienza di massa di questa impersonalità. Il fatto di non essere mi libera di ogni dovere, e godo, anche solo per un istante, della bellezza e del piacere del trascorrere. Non mi sento affatto solo, posso permettermi di guardare, semplicemente, e di ascoltare. Mi annullo, certo, ma non credo che questo annullamento sia una sconfitta o una vittoria.

E mentre trasporto i miei sacchetti pieni di ogni ben di dio fino alla mia macchina che, appena lucidata e accessoriata, troneggia nel bel mezzo del parcheggio, io mi sento bene, malgrado tutto. Ora sono me stesso, e quel che più conta, sento che mi merito questa vita, perché lavoro sodo, lavoro veramente sodo. Cerco di mantenere il mio matrimonio bello e sano, vado in palestra, dedico molto del mio tempo prezioso ai miei figli. Mi sforzo. Metto la massima protezione quando sto al sole e mi passo tutti i giorni il filo interdentale” (Eric Bogosian)


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