Alberto Genovese e la sindrome di Salomone

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Vorrei affrontare qui un fatto di cronaca per leggervi altre cose rispetto alla mera cronaca.

Il fatto di cronaca riguarda Alberto Genovese, fondatore di facile.it, piattaforma online la cui idea iniziale era il confronto tra i prezzi delle assicurazioni. Alberto Genovese ha questa idea nel 2010, sviluppa la sua idea, la sua idea ha successo, tanto che viene acquistata da un gruppo internazionale che lo rende miliardario, vende la sua azienda e diventa miliardario.

Stacco cinematografico: dieci anni dopo la sua invenzione Alberto Genovese è agli arresti, con l’accusa di sevizie e stupro. Davanti al giudice Genovese confessa: “Se ho fatto questo è colpa della mia dipendenza dalla cocaina”.

Potremmo dare una lettura, diciamo così, laica, a quanto qui accaduto osservando come quando si tratta di successo improvviso, di denaro a fiumi, tutto finisce sempre come in Wolf of the Wall street: la questione sembra sempre srotolarsi nello stesso modo: successo, perdizione, sesso, trasgressione, droga, abisso e poi magari redenzione.

Questa per me è una lettura, per quanto corretta, superficiale, che assomma semplicemente i fatti. La lettura che vorrei dare riguarda ciò che costituisce secondo me la vera causa di questa e di tante altre storie simili di successo e improvvisa caduta. 

La sindrome di Salomone

Quando non era ancora miliardario, Genovese diceva: “Il mio sogno è dare lavoro a centinaia di migliaia di ragazzi, sostenere le loro idee e trasformarle in imprese.” E diceva ancora: “A me appassiona vedere nascere e crescere un impresa, creare qualcosa che coinvolge centinaia di giovani.”

Un uomo pensa e parla così, e poi, per venti ore, tiene segregata una diciottenne e la sevizia.

La prima cosa che ci verrebbe da dire è che stava mentendo: è soltanto un ipocrita, un falso.

Io ho un’altra idea, un’idea piuttosto precisa che mi sono fatto leggendo la Bibbia: sono convinto che Alberto Genovese, come tanti altri uomini di successo, sia affetto da quella che ho chiamato la sindrome di Salomone.

Salomone è re Salomone, il re biblico, il re del più immenso regno che Israele abbia mai avuto, un regno di infinite ricchezze, abbondanza, prosperità, pace. Tutto quello che si può desiderare e avere, Salomone ce l’ha: tutta la promessa di Dio, il fondamento dell’alleanza che nasce con Abramo, dopo tante peripezie, si compie con lui. 

Il tempio di Salomone

Re Salomone, proprio come Alberto Genovese, ha due vite, o, per meglio dire, possiamo dividere la vita di re Salomone in due parti ben distinte. C’è la prima parte, quella della sapienza.

Salomone giovane sente chiamare la voce di Dio che gli chiede: “Salomone, chiedimi che cosa vuoi e io te lo darò”. Salomone non chiede ricchezze, pace, successo, prosperità, salute, longevità; chiede una sola cosa: la sapienza. Dio resta estremamente colpito e soddisfatto di questa scelta e oltre alla sapienza da a Salomone anche tutto il resto: abbondanza, prosperità, salute, longevità, pace e successo.

Salomone continua a regnare con sapienza – e nella Bibbia si trovano diversi esempi della sapienza di Salomone, diventati proverbiali. Prosegue a regnare con saggezza restando all’interno della legge divina e della continua riaffermazione della sapienza.

Idealmente possiamo stabilire il completamento di questa prima parte della vita di re Salomone con la costruzione del primo tempio di Gerusalemme.

Se fosse una storia a lieto fine, qui ci sarebbe il gran finale, perché Dio ha raggiunto il compimento della sua promessa e decide finalmente di stabilizzarsi, e il tempio identifica proprio questo: Dio è sempre con il suo popolo, che ha trovato la sua terra promessa, e finalmente decide di stabilire la propria sede definitiva in quella terra promessa, al centro del suo regno spirituale manifestato in regno materiale.

Con la costruzione di un tempio di pietra e l’affidamento della costruzione a re Salomone, Dio afferma questa definitività, la realizzazione del suo sogno divino: essere unito al mondo, che vive per sempre nella sua legge. 

Il fallimento di Salomone

Ma purtroppo non è una storia a lieto fine, ed ecco che c’è la seconda parte della vita di re Salomone, una seconda parte che è piuttosto elusa dalla Bibbia – non troviamo aneddoti significativi, né vi è una cronaca precisa degli eventi.

Ricordate che le elusioni nella Bibbia sono molto importanti, perché indicano un ritrarsi da parte di Dio, un allontanarsi: quando Dio è presente, vi è un’ampia narrazione, quando Dio si allontana vi è elusione, dissolvenza.

Infatti sono poche pagine quelle che stabiliscono la rottura di questa magnifica realizzazione e l’abisso in cui precipita Israele e a cui poi è destinata gran parte dell’Antico Testamento – e che il Nuovo Testamento non risolve di certo, indicando il fatto che ancora oggi questa storia non è finita. Perché la condizione raggiunta da re Salomone non sarà mai più raggiunta né nell’Antico Testamento, né nel Nuovo Testamento né è stata raggiunta oggi.

Vi è un altro libro che è attribuito allo stesso Salomone, che ci dice moltissimo, in modo indiretto, di quello che è accaduto, ed è il Libro dei Proverbi.

Nel Libro dei Proverbi si parla della sapienza. Il libro è una sorta di testamento che un padre lascia a un figlio e la cui eredità è la sapienza, e in particolare la prima sapienza: il riconoscimento e la conoscenza della realtà spirituale.

Nel Libro dei Proverbi si parla molto anche del fallimento, che si abbatte su chi dimentica da dove proviene, su chi dimentica che cosa costituisce la vera essenza, la vera infrastruttura di ogni successo, di ogni ricchezza, di ogni abbondanza, di ogni prosperità, salute e longevità. Questa infrastruttura è, appunto, la sapienza, che ha il suo fondamento nella conoscenza di Dio.

Il fallimento si abbatte su chi, quando raggiunge il successo e la ricchezza, si dimentica dello spirito e precipita nella carne. Nel Libro dei Proverbi non si parla di droga ma si parla di alcol, si parla di degenerazioni sessuali, si parla di uomini che si fanno traviare da donne, uomini che vogliono soltanto godere dei piaceri del sesso, si parla dell’oblio, e pare proprio si parli di re Salomone stesso.

Come è diventata proverbiale la pratica della sapienza nella prima parte della sua lunga vita, è diventato proverbiale anche il fatto che Salomone nella seconda parte, nel pieno della sua prosperità abbia avuto centinaia di mogli e migliaia di concubine, ed è denunciato dalla Bibbia stessa come le donne pagane siano state uno dei canali attraverso i quali il paganesimo è rientrato dalla finestra del monoteismo. A tutti gli effetti, perciò, a causa del suo ingordo appetito sessuale, re Salomone reimporta culti e divinità pagane, e permette così che Israele venga contagiata dal paganesimo e perda, progressivamente, generazione dopo generazione perfino la memoria di ciò che era stato il vero fondamento della promessa, l’alleanza con Dio.  

L’origine di ogni fallimento dell’uomo di successo

Tutto questo ha origine con la degenerazione della condotta di vita di Salomone, e da questa prospettiva il Libro dei Proverbi costituisce una vera e propria confessione di colpa, la terribile presa di coscienza dell’apocalittico errore commesso, ancor più imperdonabile perché reiterato fino alla completa distruzione del suo regno.

In questo senso Salomone è probabilmente la figura più tragica di tutta la Bibbia perché ha veramente avuto tutto e subito, e ha perso più di tutto quanto abbia mai potuto immaginare di avere – perché non l’ha perso soltanto lui ma ha condannato alla sconfitta tutto il suo popolo per generazioni e generazioni, addirittura fino a oggi.

Quanto qui detto è sintetizzato magnificamente in un Salmo, il Salmo 49 (48) del Libro dei Salmi, che propongo in chiusura di questa riflessione, e spiega in maniera perfetta quello che è accaduto a Salomone, ad Alberto Genovese e a tutti gli altri che hanno raggiunto il successo e si sono smarriti perché non hanno capito o hanno dimenticato da dove proviene il loro successo. Dice il Salmo: “Ma l’uomo nella prosperità non comprende / è come gli animali che periscono”: questa è la sorte di chi confida in se stesso, l’avvenire di chi si compiace nelle sue parole.

Io penso che l’errore fondamentale di Alberto Genovese, determinato dalla prosperità, dal successo, dal luccichio dei gioielli della carne sia stato presumere che fosse tutto merito suo, che quello che aveva inventato lo rendesse differente, essere umano superiore agli altri esseri umani, re superiore al popolo.

Confidava soltanto su se stesso, pensava di dover ringraziare, attribuire soltanto a se stesso tutto il successo; e così pensava soltanto di essere lui l’artefice della sua fortuna, lui nella sua carne, lui nel suo corpo, lui nel suo cervello materiale, lui nella sua vita carnale che in realtà, come dice il Salmo, passa in un istante. 

Nella prosperità, non dimenticare

“L’uomo nella prosperità non comprende”.

L’uomo nella prosperità. Questo per me è l’insegnamento più importante di tutti: è quando sei nella prosperità, è lì che devi ricordarti da dove vieni e tutta la fatica che hai fatto, tutte le preghiere che hai detto, tutte le speranze che hai avuto, tutte le visioni che hai cercato, tutta la frustrazione che hai provato per arrivare a realizzare quello che hai realizzato.

È quando sei nella prosperità che non devi dimenticare da dove vieni e che cosa stai facendo, perché lo stai facendo e qual è il tuo vero obiettivo.

Puoi notare che ho eluso l’aspetto spirituale, perché non si tratta unicamente di un pensiero spirituale o di valori spirituali; vale per tutti, anche se non credi in Dio: l’idea che stai facendo qualcosa non soltanto per te stesso, che non vale soltanto in te stesso e con te stesso è fondamentale per ogni convivenza umana, per ogni costruzione umana.

Perché quello che c’è nel mondo non è tuo.

Perfino quello che è tuo, perfino quello che crei tu.

Quello che è tuo è qualcosa che tu prendi dal mondo; anche un’idea: è qualcosa che prendi dal mare delle idee e delle potenzialità. Essa c’è già, da qualche parte, in potenza; tu te ne appropri, la riconosci, quindi ne acquisisci il valore e il mondo ti restituisce quel valore, perché se hai una grande idea che funziona, o un grande talento che sai esprimere, il mondo ti ripaga con l’abbondanza materiale: diventi ricco, famoso, di successo.

Ma quell’idea, quel talento, non appartiene soltanto a te.

La mia azienda non appartiene soltanto a me; io ho il dovere di costruirla nel modo più corretto possibile, meglio organizzato possibile con le forze che ho a disposizione, sfruttando l’onda delle opportunità e l’onda della crescita per costruire qualcosa di ancora migliore, qualcosa di ancora più grande e bello.

Io devo questa impresa a me stesso, certamente, ma la devo anche alle persone che mi hanno aiutato e sostenuto in tutti gli anni di fatica, per esempio a mia moglie; ma la devo anche ai dipendenti di Area51 Publishing, la devo ai collaboratori, ai fornitori, ai collaboratori, e soprattutto ai clienti. Non la ritengo una mia cosa, come qualcosa che ho fatto IO, che mostra al mondo quanto IO sono bravo. 

Non dimenticare mai da dove viene il successo

E soprattutto, io mi ricordo bene da dove vengo: non ho avuto l’improvviso successo e l’improvvisa pioggia di milioni che ha avuto Alberto Genovese e probabilmente questo è servito a farmi prendere consapevolezza di quanto ho qui scritto.

Io mi ricordo bene, e continuo a rammentarmelo sempre da dove vengo, delle fatiche che ho fatto, degli abissi che ho visto. Lo ricordo e non lo dimentico. Questo per me è il vero messaggio della Bibbia: non vi è soltanto la richiesta, la preghiera, la fatica, non vi è soltanto il lamento e la realizzazione o la speranza della realizzazione; è quando realizzi che devi continuare a mantenerti lì, in connessione, a rispettare la legge spirituale con responsabilità.

Questo è il senso del timore di Dio, che non significa la paura o il terrore di qualcuno che ti punisce: è il timore di sapere che c’è qualcosa di più importante  di te, che c’è qualcosa di superiore a te; e questa superiorità è qualcosa che, vista in questa prospettiva, non soltanto ti dà sicurezza, ma ti fa acquisire una potente  responsabilità e sentire perfino la più potente libertà. Perché Dio non ti chiede la tua vita, non ti vuole schiavo; Dio vuole solo darti la tua Terra Promessa: ogni abbondanza si spalanca davanti a te. Ma non devi mai dimenticare da dove viene ogni abbondanza e chi sei tu, come essere umano, nello schema della creazione: sei un canale di connessione e manifestazione della magnificenza spirituale.

È nella prosperità che questa sapienza va mantenuta e continuamente coltivata e rinnovata; è quando raggiungi il tuo obiettivo – o inizi a raggiungerlo – che va mantenuta questa connessione.

Questo è anche il vero significato del sacrificio. Dio quando dice di sacrificare a lui le primizie, intende dire che devi ricordarti che ciò che realizzi non appartiene a te: tu sei un canale di realizzazione, ma ciò che realizzi, nel suo significato più profondo, nella sua essenza, appartiene a Dio.

Se non credi in Dio, il senso non cambia: devi pensare che ciò che realizzi non appartiene a te ma all’umanità, a un ideale, alla collettività, o alla tua città, o al tuo paese… Comunque la si interpreti, questa è la prospettiva che ci impedisce di cadere nella sindrome di Salomone: la sindrome del personalismo, dell’assolutismo individualista, dell’egocentrismo materialista, la sindrome che ti fa confondere la realtà delle cose, che deforma la reale natura delle cose, e che ti porta, inevitabilmente, alla caduta.

Ad Alberto Genovese suggerirei di prendere in mano la Bibbia, leggere il Libro dei Salmi e soprattutto il Libro dei Proverbi e iniziare a ricordarsi da dove viene e a chi realmente deve ciò che è.

Non so se per lui sia karmicamente troppo tardi, la qual cosa peraltro mi è indifferente, perché ognuno è responsabile della propria vita: la prima responsabilità, e forse l’unica, è verso se stessi, cioè verso la propria coscienza, che è molto più severa di qualsiasi ira divina.

Se è troppo tardi, si rifarà nella prossima vita, se invece non lo è gli auguro di ritrovare la retta via, ricordando che alla fine, nella vita, il punto non è quanto sei ricco ma quanto sei giusto. 

Salmo 49 (48)

Al maestro del coro. Dei figli di Core. Salmo.

2 Ascoltate, popoli tutti,

porgete orecchio abitanti del mondo,

3 voi nobili e gente del popolo,

ricchi e poveri insieme.

4 La mia bocca esprime sapienza,

il mio cuore medita saggezza;

5 porgerò l'orecchio a un proverbio,

spiegherò il mio enigma sulla cetra.

6 Perché temere nei giorni tristi,

quando mi circonda la malizia dei perversi?

7 Essi confidano nella loro forza,

si vantano della loro grande ricchezza.

8 Nessuno può riscattare se stesso,

o dare a Dio il suo prezzo.

9 Per quanto si paghi il riscatto di una vita,

non potrà mai bastare

10 per vivere senza fine,

e non vedere la tomba.

11 Vedrà morire i sapienti;

lo stolto e l'insensato periranno insieme

e lasceranno ad altri le loro ricchezze.

12 Il sepolcro sarà loro casa per sempre,

loro dimora per tutte le generazioni,

eppure hanno dato il loro nome alla terra.

13 Ma l'uomo nella prosperità non comprende,

è come gli animali che periscono.

14 Questa è la sorte di chi confida in se stesso,

l'avvenire di chi si compiace nelle sue parole.

15 Come pecore sono avviati agli inferi,

sarà loro pastore la morte;

scenderanno a precipizio nel sepolcro,

svanirà ogni loro parvenza:

gli inferi saranno la loro dimora.

16 Ma Dio potrà riscattarmi,

mi strapperà dalla mano della morte.

17 Se vedi un uomo arricchirsi, non temere,

se aumenta la gloria della sua casa.

18 Quando muore con sé non porta nulla,

né scende con lui la sua gloria.

19 Nella sua vita si diceva fortunato:

“Ti loderanno, perché ti sei procurato del bene”.

20 Andrà con la generazione dei suoi padri

che non vedranno mai più la luce.

21 L'uomo nella prosperità non comprende,

è come gli animali che periscono.

 

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