L’etica dello yoga

L’etica dello yoga

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Vivere secondo principi etici, secondo lo Yogasutradi Patanjali, è il primo passo sulla vera via dello yoga. Curiosamente, Patanjali, l’autore dello Yogasutra a scritto circa due secoli dopo la morte di Gesù, mostra un approccio molto simile allo studio dello yoga. Nella seconda parte del suo testo, Patanjali presenta cinque precetti etici specifici detti yama, che ci danno le linee guida di base per vivere una vita di realizzazioni personali che saranno di beneficio anche per la società. In seguito fa chiarezza sulle conseguenze derivanti dal non seguire questi insegnamenti: semplicemente continueremo a soffrire.

Le otto fasi dello yoga

Strutturato in quattro parti, o pada, lo Yogasutra chiarisce che gli insegnamenti di base dello yoga in versi molto corti, detti sutra. Nella seconda parte Patanjali presenta l’ashtanga, o sistema a otto fasi, grazie al quale è così famoso. Mentre gli occidentali possono conoscere meglio l’asana, la terza fase (postura), gli yama sono veramente solo il primo passo nella pratica che si rivolge a tutta la costruzione delle nostre vite, non solo alla salute fisica o all’esistenza spirituale solitaria. Il resto delle fasi sono i niyama, precetti più personali, i pranayama, esercizi di respirazione, i pratyahara, rilasciamento cosciente di energia dai sensi, i dharana, concentrazione, i dhyana, meditazione, e infine i samadhi, autorealizzazione.
Lo Yogasutra non è presentato nel tentativo di controllare il comportamento basandosi su imperativi morali: le sutranon implicano che siamo “cattivi” o “buoni” sulla base del nostro comportamento, ma piuttosto che, se scegliamo un certo tipo di comportamento, otteniamo determinati risultati. Chi ruba, per esempio, non solo fa del male agli altri, ma soffrirà anche egli stesso.

Primo Yama: Ahimsa, la non-violenza

Il primo yama è forse il più famoso: ahimsa, normalmente tradotto come “non-violenza”. Questo si riferisce non solo alla violenza fisica, ma anche alla violenza di parole e pensieri. Ciò che pensiamo di noi stessi e degli altri può essere tanto potente quanto qualsiasi tentativo di fare del male fisico. Praticare l’ahimsa significa essere costantemente vigilante, osservare noi stessi in interazione con gli altri e notare i nostri pensieri e intenzioni.
Provate a praticare l’ahimsa osservando i vostri pensieri quando un fumatore si siede vicino a voi. I vostri pensieri possono esservi dannosi quanto la sigaretta lo è per lui.
Si dice spesso che, se si vuole perfezionare la pratica dell’ahimsa, non è necessario imparare altre pratiche dello yoga, poiché tutte le altre pratiche sono comprese in esso. Qualsiasi pratica si compia dopo gli yama deve anche includere l’ahimsa. Praticare la respirazione o le posture senza l’ahimsa, per esempio, toglie i benefici che tutte queste pratiche offrono.
Esiste una famosa storia relativa all’ahimsa narrata nei Veda, la vasta collezione di insegnamenti filosofici antichi dell’India. Un certo sadhu, o monaco vagabondo, compiva un giro annuale dei villaggi per poter insegnare. Un giorno entrò in un villaggio e vide un grande e minaccioso serpente che stava terrorizzando la gente. Il sadhu parlò al serpente e gli insegnò l’ahimsa. L’anno seguente, quando il sadhu tornò a visitare il villaggio, vide ancora il serpente, molto cambiato. Questa creatura, una volta magnifica, era tutta ferita e spellata. Il sadhu domandò al serpente che cosa fosse successo. Quello rispose che aveva imparato gli insegnamenti dell’ahimsa a memoria e aveva smesso di terrorizzare la gente. Ma, non essendo più minaccioso, i bambini ora gli tiravano le pietre e lo torturavano e ora aveva paura di lasciare il suo nascondiglio per andare a caccia. Il sadhu scosse la testa. “Ti avevo redarguito contro la violenza” disse al serpente “ma non ti ho mai detto di non difenderti”.
Proteggere se stessi e gli altri non viola l’ahimsa. Praticare l’ahimsa significa assumersi le responsabilità dei propri comportamenti lesivi e tentare di fermare il dolore causato dagli altri. Il punto non è essere neutrali. Praticare il vero ahimsa scaturisce dalla chiara intenzione di agire con fermezza e amore.

Secondo Yama: Satya, la verità

Patanjali cita satya, o la verità, come lo yamasuccessivo. Ma dire la verità può non essere semplice come sembra. I ricercatori hanno trovato che i testimoni oculari sono notoriamente inaffidabili. Più sinceri sono, più inaccurati tendono a essere. Perfino scienziati esperti, il cui lavoro è di essere completamente oggettivi, non si trovano d’accordo su ciò che dicono e sulle interpretazioni dei loro risultati.
Allora cosa significa dire la verità? Secondo questa visione significa parlare con l’intenzione di essere veritieri, dato che ciò che chiamiamo la “verità” è filtrato attraverso l’esperienza e le credenze di ciascuno sul mondo. Ma quando parliamo con questa intenzione, abbiamo più probabilità di non far soffrire gli altri.
Un altro aspetto del satya ha a che vedere con la verità interiore o integrità, una pratica più profonda e interiore. L’onestà è ciò che esprimiamo quando gli altri ci stanno intorno e possono giudicare delle nostre azioni o parole, ma possedere l’integrità significa agire in modo onesto quando gli altri non ci sono e non sapranno mai delle nostre azioni.
Satin sanscrito significa verità eterna, immutabile, al di là della conoscenza; ya è il suffisso attivante che significa “fallo!”. Quindi satyasignifica “esprimersi attivamente ed essere in armonia con la verità ultima”. In questo stato non possiamo mentire o agire in maniera falsa, poiché siamo uniti alla pura verità in se stessa.

Terzo Yama: Asteya, non rubare

Il terzo yama è asteya, non rubare. Mentre comunemente viene inteso come non prendere ciò che non è tuo, può anche significare non prendere più di ciò di cui hai bisogno. Falliamo nel praticare l’asteya quando prendiamo credito per qualcosa che non è nostro o quando prendiamo più cibo di quello che possiamo mangiare. Falliamo anche quando rubiamo a noi stessi – trascurando un talento o lasciando che una mancanza di impegno ci distragga dalla pratica dello yoga. Per poter rubare, si deve essere in uno stato di avidya, o ignoranza circa la natura della realtà, un termine introdotto da Patanjali nel suo secondo capitolo. Avidya è l’opposto dello yoga, che ci connette con tutto ciò che è.

Quarto Yama: Brahmacharya, camminare con Dio

Lo yamasuccessivo è il brahmacharya, uno dei più difficili da capire per gli occidentali. La traduzione classica è “celibato”, ma Brahma è il nome della divinità, charsignifica “camminare” e yasignifica “attivamente”, dunque brahmacharyasignifica “camminare con Dio”. 

Il grande giuramento

Patanjali chiama gli yama “il grande giuramento”, da praticarsi sempre. Questo è un compito difficile ma, se seguiamo questo giuramento, il potere rilasciato nelle nostre vite e nelle vite degli altri sarà sorprendente.
Un modo per fare questo è scegliere uno yama su cui concentrarsi per un certo lasso di tempo. Quindi riflettere su come questa pratica ha influenzato la vostra vita. Non vi preoccupate se dimenticate di praticare il vostro yama, o anche se non potete seguirlo in ogni situazione. Il vostro sforzo e la vostra consapevolezza saranno la vittoria.

L'AUTORE DEL POST MATT HARVEY

Matt Harvey (Santa Fe, 1971) è esperto e praticante da oltre venticinque anni di Reiki, Yoga (ha sviluppato il suo metodo esclusivo “Brain Yoga”) e Zen, che insegna e divulga in modo originale e moderno, abbinando questi metodi orientali tradizionali alle più moderne tecniche di evoluzione mentale e spirituale, con il solo obiettivo di diffonderne l’uso pratico e quotidiano in tutti i settori della vita, sia personale che professionale. Dal settembre 2016 ha aderito all’Harshaw Self-Improvement Network.

 

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