Non prima o dopo, solo adesso

Non prima o dopo, solo adesso

I media sono buffi. Sul serio. Riescono a semplificare così tanto le cose da farle diventare esilaranti. Hanno un solo obiettivo: agire sull’emotività. Il resto non conta.

I mass media del terrore

Anni fa, oggi ce lo siamo quasi dimenticato, andava forte la Mucca Pazza. Dovevamo essere terrorizzati, perché questo innocuo quadrupede era diventato un demonio, si innestava nel cervello fino a spappolarlo. Eravamo già tutti contagiati, oppure eravamo tutti salvi. Veniva intervistato un macellaio bitorzoluto, con gli occhi e il grembiule gremiti di sangue, che giurava e spergiurava che le sue vacche erano sempre state nutrite a caviale e champagne, che pascolavano libere in campi immensi e fecondi come i paradisi di Manitù, che lui alle sue vacche gli voleva un gran bene, ogni sera le faceva accomodare nel suo salotto e gli serviva sherry e gli accendeva un Havana per degustare il liquore. Poi qualche mucca si accomodava al pianoforte e suonava i Notturni di Chopin. Quasi gli credevamo, al macellaio, con le sue mucche più elegiache di Maurizio Pollini, garbate e concettuali.
Oppure qualche gourmet toscano decantava le delizie dell’ahimè scomparsa Fiorentina, che L’è bona, che L’è la migliore, che la mangiava pure Dante. C’erano decine di persone che morivano tra dolori atroci, con il cervello gonfio d’acqua come una spugna, dopo aver deambulato per giorni come un trampoliere alcolizzato, e la tv ci elogiava i piaceri perduti della tavola stilnovista. Da scompisciarsi.
Come lo risolve invece, l’informazione di massa, il problema epocale dell’effetto serra? A dicembre ci sono venti gradi all’ombra e il modo di affrontare la questione – complicata, irrisolta, problematica – sono servizi sulla tintarella dicembrina sulle spiaggia di Fregene o le delizie dello shopping natalizio a maniche corte.

Che cos'era, prima?

Oggi, che va tanto di moda l’apocalisse, sembra che ci restino solo due questioni da risolvere: o niente sarà più come prima, o tutto tornerà come prima. Nessuna via di mezzo. Armate di sociopsicologi coinvolti nell’annoso dibattito, travolti dalla millenaristica domanda: niente sarà più come prima? Torneremo a essere come prima? Le copertine dei giornali si affollano di titoli come “Torniamo a essere felici”, “Abbandoniamo la paura”, “Riabbracciamo la tranquillità”. “Torniamo a essere come prima”.
Ma che cos’è questo prima, vorremmo chiedere ai santoni della comunicazione. Prima tutto era perfetto? Prima tutto era risolto? Prima non c’erano squilibri? Prima vivevamo in pace? Prima eravamo felici?
Vengono in mente le parole del poeta Mario Luzi, scritte dopo la tragedia dell’11 settembre 2001. “Si preparano, forse sono già venuti tempi in cui sarà richiesto agli uomini di essere altri da come noi siamo stati. Come?”


Da qui inizia il 
Nuovo Pensiero

Ecco, prima, come eravamo?
Da qui inizia il Nuovo Pensiero. Il prima e il dopo sono luoghi complessi, forse indecifrabili. E di certo i mass media sono inadeguati a fornirci qualsiasi tipo di risposta.
Ma questa realtà è troppo vasta per non prenderla seriamente. E allora quello che ci insegnano questi giorni complessi e agitati è che non esiste un prima incantato in cui tornare a rifugiarci, ma una realtà difficile – prima come dopo – che va interpretata e cercata di capire ogni giorno, in tutte le sue sfaccettature. Senza palingenesi o apocalissi.
Non siamo dei bambini che vanno rassicurati; siamo degli adulti che hanno capito che le cose cambiano, e che il cambiamento non è meno rischioso o accogliente di qualsiasi aspirazione all’immobilità, né il presente meno emozionante di qualsiasi nostalgia del passato.

 

L'AUTORE DEL POST SIMONE BEDETTI

Simone Bedetti da oltre vent’anni è autore di numerose pubblicazioni di crescita personale e professionale. Dal 2009 è l'editore di Area51 Publishing.


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