Stephen King, il narratore dell’inconscio

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SE NON CONOSCI IL RE, QUESTO AUDIO INTRODUTTIVO È PER TE

 

Come ormai ben sapranno i nostri clienti e chi segue i contenuti che pubblichiamo, una mia deformazione professionale è proporre interpretazioni stravaganti o perlomeno non consuete rispetto al modo in cui vengono interpretati serie tv, film, libri, opere d’arte. Oggetti d’arte che convenzionalmente vengono letti e reinterpretati secondo criteri estetici, stilistici, storici, politici, o etici; legati quindi al loro valore di novità o significato sociale ecc. 

Noi leggiamo questi stessi oggetti, quando ci colpiscono, in un modo totalmente differente, cercando quel filo psico-spirituale che ci guida a un senso che va oltre e trascende spesso anche l’intenzione dell’autore ma che ci fornisce indicazioni e suggestioni che ci ispirano a vedere in queste cose qualcos’altro. 

Vediamo ciò che trascende il lato conscio e ci mostra un lato nascosto da cui noi possiamo trarre dei significati più profondi e una direzione di senso che ci ispira, che aggiunge valore e radica la nostra ricerca e il senso che cerchiamo in merito alle argomentazioni che portiamo: come se ci fosse qualcosa che si muove oltre l’apparenza e ci mostra uno schema condiviso, o meglio, uno schema superconscio condiviso, spirituale. 

Così come l’inconscio è altro dal conscio e non ne siamo consapevoli quando lo esprimiamo (e anche nelle opere avviene lo stesso), allo stesso modo agisce anche il superconscio (la dimensione superconscia spirituale) con un’energia che va aldilà del conscio e opera con movimenti misteriosi e affascinanti. 

E proprio uno di questi movimenti l’ho trovato nel romanzo di Stephen King L’istituto.

Reputo infatti Stephen King uno scrittore dell’inconscio collettivo: archetipico, junghiano a tutti gli effetti. 

Se lo conosci, saprai che l’orrore ha sempre qualcosa di profondamente intrecciato con l’essere umano, è la metà oscura: King è il creatore di questa formula.

La metà oscura è quella parte misteriosa e irrazionale dell’essere umano, la parte stigmatizzata nei suoi romanzi come l’orrore (da Shining a L’Acchiappasogni, da La metà oscura a L’ombra dello scorpione). 

Attraverso fenomeni ed eventi reali o mentali, l’evento orrorifico innesca sempre una trasformazione nell’individuo, una trasformazione che diventa una lotta tra le due parti di sé. A volte l’altro si manifesta come un vero doppio (come in The Outsider, recentemente trasposto da HBO in una miniserie molto bella, che ti consiglio), in altri casi questo doppio si stacca e diventa un doppelganger: ossia un alter ego negativo (come nell’archetipico Dr Jekyll e Mr Hyde).Inoltre The Outsider riprende lo stesso schema di IT e Desperation (anche da quest’ultimo è stata tratta una bella miniserie che ti consiglio). 

In questi casi, quando il male si manifesta in concreto e assume una forma che non deriva dal doppio, diviene l’incarnazione di un male che non è alieno ma viene dalla stessa natura umana: per King questa è la parte più potente della natura umana. Quando non si manifesta in singoli individui ma in una figura (come nel clown in IT) è qualcosa di agghiacciante, è un male che nasce dall’inconscio collettivo, è tutta la parte irrazionale, è la città stessa con la sua storia di morte e sofferenza che produce questa manifestazione, che alla fine non è altro che l’incarnazione di tutte le paure, di tutto il male. 

IT è l’archetipo del male nel senso junghiano dell’inconscio collettivo, è una figura simbolica che appartiene a tutta l’umanità. Tutte le figure di King corrispondono a dei modelli. L’inconscio collettivo ha modelli archetipici: il male, il bene, il buio, la luce. Ciò, a mio parere, ha assicurato il successo così longevo e trasversale di King: il lavoro sugli archetipi, su strutture inconsce che tutti riconosciamo. 

Un altro archetipo è presente ne L’Istituto dove i cattivi sono gli adulti e gli innocenti sono i bambini ma dove ci sono anche uomini adulti che sono eroi appartenenti al lato del bene. Come Stu Redman in L’ombra dello scorpione anche qui Tim Jamieson è il personaggio puro, il buono, perfettamente fiabesco. 

Non è un caso che King ami molto George R. R. Martin (il creatore del Trono di Spade), si professi autore fantasy e ami rivendicare come la sua saga più bella sia La torre nera, dove abbiamo un profluvio di archetipi, in cui la matrice mitica del western e dell’eroe pistolero ce lo confermano. 

Dal mio punto di vista King, come Jung, è totalmente psichico (perlomeno lo Stephen King “realista”, che costituisce l’80-90% della sua produzione). Infatti l’inconscio, l’irrazionale si mostra come una sorta di energia univoca, tutto è psichico, olo-psichico e possiamo definire allo stesso modo anche il mondo di Jung. 

Penso al bel romanzo La storia di Lisey che è una sorta di metafora sullo scrivere, sul narrare, su cosa significhi cercare l’ispirazione. L’oceano dell’immaginazione è pensato come un mare, con i pesci più grandi nel profondo. L’immagine del mare è totalmente legata all’inconscio (difatti si rivela come la sede dell’immaginazione) e, come dice Jung, si trova nel profondo: più ho il coraggio di spingermi al largo, più probabilmente pescherò il pesce grosso (metafora sul creare qualcosa di grande).

Quindi anche la creazione, l’immaginazione, il bene inteso come quanto di meglio ci possa essere nella mente dell’essere umano in King è collocato in questo stesso profondo buio: questa caratteristica cromatica (ma anche psichica) caratterizza sia l’aspetto irrazionale e negativo sia il meglio dell’uomo, ossia la sua parte più geniale e creativa. Lo stesso buio, lo stesso schema, la stessa immagine la troviamo ne L’istituto. 

Nell’abisso buio e profondo 

Nel breve passo che è l’oggetto della nostra analisi, vediamo Luke Ellis (il geniale protagonista dodicenne) destinato a essere iscritto a ben due facoltà universitarie. All’inizio del romanzo i genitori gli chiedono quali siano i suoi obiettivi per il futuro, lui risponde: 

“Non lo so. Ci sono così tante cose che voglio imparare e capire. Ho questa cosa nella testa... che conquista un risultato... a volte è soddisfatta ma quasi sempre no. Certe volte mi sento così piccolo... così maledettamente stupido... C’è un abisso. Ogni tanto lo sogno. Sprofonda all’infinito, ed è pieno di tutte le cose che non so. Non ho idea di come un abisso possa essere pieno ma è così. Mi fa sentire piccolo e stupido. Però c’è un ponte che lo attraversa, e voglio percorrerlo. Voglio fermarmi al centro del ponte, alzare le mani e tutte quelle cose immerse nel buio verranno in superficie. Lo so”.

Questa geniale intuizione (totalmente istintiva dal mio punto di vista) da parte di King si distacca dal resto del romanzo, il quale procede in un’altra direzione – quella archetipica – in quanto questi bambini, i protagonisti, verranno rapiti dagli adulti per fini che essi ritengono positivi per l’umanità, ma in realtà sono soltanto frutto del loro male e della loro cattiveria. 

Questa è la cattiveria dei nostri tempi cinici, dove il linguaggio degli adulti risulta sempre più volgare e modellato su certi schemi del linguaggio televisivo e mediatico; dove noi assorbiamo questa spregiudicatezza linguistica caratterizzata dall’aggressività e dall’insulto facile. 

Tra l’altro c’è una bellissima metafora in questo romanzo che ti invito a tenere a mente, in questo mondo dove tutti sentono di dover dire la propria opinione (spesso senza argomentazioni, ma solo in preda alla negatività inconscia delle proprie emozioni, del sequestro emozionale di ogni ragione). Questa massima tienila a mente, quando qualcuno deve necessariamente esprimere la propria opinione: “Le opinioni sono come i buchi del culo, ognuno ha il suo”.

Tornando al romanzo, i bambini vengono schiacciati dalla violenza degli adulti e questa è una metafora della repressione delle potenzialità dei giovani, gli adulti danno sfogo alla negatività del loro passato che si rovescia sul futuro dei bambini. Stiamo sempre lavorando sugli archetipi, anche quello passato/futuro ne è un’efficace rappresentazione (io lo leggo come passato=inconscio e futuro=superconscio) ed è ciò che costituisce la meta-struttura narrativa di uno dei romanzi più belli di King, che è 22/11/63, dove il protagonista torna indietro nel tempo fino al giorno dell’omicidio Kennedy. 

In questo romanzo è dichiarato come il passato stesso sia il male, ciò che è contro di te; il passato inteso come un sistema conservativo, un processo di resistenza della storia per autodifendersi ma anche come estensione dell’inconscio collettivo in senso cosmico, che ci dimostra come lo stesso passato diventa incarnazione (come in Final Destination, dove è la morte stessa a voler ripristinare il suo ordine). In questo caso il passato diventa una struttura di energia, energia negativa che non vuole in alcun modo il cambiamento e porterà tutte le sue forze per distruggere ogni entità che intende cambiarlo. 

In 22/11/63 le energie inconsce diventano metafisiche, come se in Jung lo spirituale fibrillasse nel buio della psiche, così ne L’ombra dello scorpione avviene un movimento analogo (sebbene quello sia un ambito fantasy dove bene e male rappresentano ciò che sono, nel senso più spiccatamente metafisico, quasi religioso, dei due termini).

Il sogno che i personaggi de L’ombra dello scorpionefanno li porterà alcuni verso il bene, altri verso il male che, sebbene metafisici, in questi casi appaiono come rappresentazioni di entità fisiche, dove il male sembra sempre aver la meglio sul bene, e ciò suggerisce l’origine del pessimismo cosmico in King.

Non so se sia mai stato tanto stigmatizzato King come pessimista cosmico, forse basta leggere Cell (il più apocalittico di tutti, da cui è stato tratto un film forse ingiustamente sottovalutato, per cui te lo consiglio).

In questo romanzo un impulso misterioso porta a trasformare in zombie le persone che quell’istante utilizzano il telefonino. Aldilà della satira sociale, la parte più interessante è quella che viene dopo, dove gli zombie, o meglio le persone colpite da questo impulso, in realtà sono guidate da una specie di inconscio collettivo, si muovono come sciami, mossi da qualche forza misteriosa che non può che essere interpretata come il male puro. Si tratta di una proiezione psichica del male assoluto e, quando si afferma, diventa il male inconscio che si pone come guida stessa dell’umanità.

Vediamo spesso nei suoi romanzi i due archetipi tipici di King: l’adulto e il bambino. 

Lo sguardo più aperto e sognante qui è incarnato dall’eroe Jamieson e la cittadina di DuPray fatta di eroi; poi c’è il predominante King adulto, che si incarna in tutto il pessimismo (qui manifestato in modo rassegnato, quasi fatalista) che è il mondo dell’adulto, in cui l’inconscio non genera altro che terrore. 

Questa è l’essenza, secondo me, della natura junghiana, archetipica, totalmente psichica di Stephen King che ne fa un narratore dell’inconscio, un narratore dei processi e degli schemi dell’inconscio collettivo; da qui deriva lo straordinario successo che ha avuto e che continua ad avere. 

Nell’inconscio c’è tutto. Biblicamente, Dio ha posto nell’inconscio la maledizione e la benedizione, nello stesso buio c’è sia tutto il nostro peggio, il male in cui siamo radicati, sia tutto il bene da cui possiamo far fruttare il genio che è in noi. Soltanto lì, nelle profondità di noi stessi, nelle nostre acque profonde possiamo continuare a rafforzare e allungare la catena della sofferenza della natura umana o decidere di rompere le catene di questa sofferenza e tirar fuori dal nostro profondo tutta la meraviglia, il genio e la bontà, tutto il bene che è in ognuno di noi. 

Se fossimo personaggi di un romanzo di Stephen King diremmo a questo punto: “La lotta è appena iniziata”.

 

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